Casa dei Pithoi

Nel saggio III è stato scavato un complesso di unità edilizie affiancate, composta ognuna da due o tre vani posti in successione e comunicanti tra loro. I muri, mantenutesi in elevato fino a m. 2,70 c.a., sono costituiti da pietre irregolarmente squadrate, inzeppate da pietre più piccole. Il piano di calpestio è un battuto di argilla. Il vano di fondo di due delle unità edilizie (vano 3 e vano 5), presenta una banchina addossata alla parete terminale. Su di essa nel vano 3 sono stati rinvenuti contenitori da trasporto e vasi da mensa: anfore, oinochoai, hydrai, kylikes. Lungo le pareti lunghe dello stesso vano si trovavano invece numerosi contenitori da derrate di grandi dimensioni (pithoi). Altri vasi, tra cui anche alcune lucerne, sono stati rinvenuti sparsi sul piano pavimentale.

Simile la situazione nel vano di fondo dell’altro nucleo di ambienti (vano 6), nel quale si è trovata anche un’area per la preparazione di cibi, con un probabile focolare e una macina: accanto erano due pentole, una di tradizione indigena e una di tipo greco. C’erano anche vasi di pregio, rari negli abitati, come la coppa attica del tipo “dei Piccoli Maestri”.

Nell’insieme i vasi recuperati, un centinaio, abbracciano un lungo arco cronologico compreso tra gli inizi del VI e i primi decenni del V sec. a.C., quando termina la vita dell’edificio.

Lo strato di distruzione è costituito da un terreno argilloso di colore rossiccio, formatosi forse dal dissolvimento di un tetto in argilla e incannucciato. È probabile infatti, come dimostrato anche dalle tombe, che fino agli inizi del V secolo a. C. a M. Iudica non esistessero tegole di terracotta di tipo greco.

Un problema posto dall’edificio è quello relativo alla sua funzione. Il complesso sembra mostrare una prima divisione di uso, almeno nell’unità centrale, fra vani destinati ad attività domestiche e vani con funzione di magazzino. Anche il grande numero di vasi rinvenuti all’interno di questa struttura, la copiosa presenza di contenitori di derrate e di vasi da trasporto, lasciano ipotizzare che almeno una parte di esso fosse un locale deputato all’accumulo e alla redistribuzione delle merci, sotto il controllo di famiglie emergenti.

Contenitori per trasporto e derrate

Nel mondo greco, esteso su buona parte del Mediterraneo, era forte la domanda di prodotti alimentari dell’agricoltura specializzata, soprattutto olio e vino. Anche le popolazioni dell’interno, dove la produzione era meno diffusa erano forti consumatrici. Per questo motivo, negli scavi si trovano notevoli quantità di contenitori specifici, chiamati anfore da trasporto, la cui forma, tale da consentire di viaggiare dentro le navi, disposte una sull’altra, varia secondo le zone di produzione. Nella “Casa dei pithoi” sono state trovate anfore di molti tipi, delle quali è esposto un campione.

Disegni di diversi tipi di anfore

I contenitori più grandi, corrispondenti alle nostre giare, si chiamano invece, con termine greco, “pithoi”. Questi vasi servivano a contenere le scorte alimentari. L’edificio che da essi prende nome ne aveva una quantità veramente insolita, di forme sia greche che legate alla tradizione indigena. Il più grande, proveniente dal vano 3, ha il labbro a disco tipico delle produzioni di Corinto. Gli altri due, di forma più tondeggiante e dipinti, sono di tipo locale.

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